1843. Il restauratore spietato

Sul lato sinistro della bella manica che collega il chiostro di mezzo con il chiostro ottagonale, in alto sono dipinte due lapidi che, entrambe, celebrano due Cardinali Legati, la prima Aloisio Vanicelli Casoni e la seconda, che risulta quasi illeggibile, Ugo Spinola, che ebbero il merito a partire dal 1841 di ripulire, restaurare e pure mettere in sicurezza, vista la gravità dei danni, l’antico convento di San Michele in Bosco dopo le devastazioni subite nel periodo napoleonico.

Il Cardinale Ugo Spinola

Al seguito delle soppressioni degli ordini monastici nel 1798 dopo quattro secoli gli Olivetani avevano abbandonato il colle, la chiesa si era salvata, il convento venne letteralmente scorticato. Dopo un breve periodo “profetico” in cui l’edifico venne trasformato in ospedale militare, dal 1804 divenne carcere. Il carcere di San Michele in Bosco occupò circa 1.000 detenuti, sia uomini che donne. All’interno fu istituito un vero e proprio stabilimento di lavanderia che offriva questo servizio alla città a tariffe particolarmente vantaggiose, e che fu apprezzato. Verso il 1810 i detenuti furono trasferiti al Forte Urbano a Castelfranco e il convento rimase in un indicibile squallore. Fu per primo il Cardinal  Legato Spinola che iniziò un completo restauro ridandogli decoro e dignità. Ma alcuni ambienti risultarono irrimediabilmente perduti, fra cui il Teatro, che aveva un bellissimo rivestimento ligneo disegnato a metà del’700 dai celebri fratelli Bibbiena. Fu inserita una nuova collezione di dipinti che raffiguravano tutti i Pontefici, di cui purtroppo oggi rimane solo una piccola parte.

Ma la memoria per questo benemerito intervento (il rischio di demolizione c’era) del cardinale Spinola è offuscata dalle responsabilità del prelato nel soffocamento dei moti di Savigno del 1843. L’episodio più rilevante di questo tentativo insurrezionale contro lo Stato Pontificio, organizzato però con una buona dose di approssimazione, fu l’assalto contro i carabinieri pontifici a Savigno. Il tutto doveva essere collegato ad un più generale sollevamento che non avvenne. E quindi quando la reazione pontificia si mosse per gli insorti non ci fu nulla da fare. Mentre però gli ideologi della rivolta, tutti benestanti e possidenti che potevano contare su complicità e risorse economiche, si salvarono attraversando il confine con la Toscana, i poveri diavoli al seguito furono invece tutti presi e poi fucilati presso l’attuale via Castelfidardo dove una lapide li ricorda. Anche se nell’assalto di Savigno morirono quattro carabinieri pontifici e l’ufficiale che li comandava, la responsabilità del Cardinal Spinola è assai grave, anche perché lui sapeva benissimo che quelli che fece fucilare erano dei piccoli gregari del popolino, mentre i veri responsabili se l’erano filata.

Angelo Rambaldi

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